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Cinque domande per gli anni ’20

Cinque domande per gli anni ’20

EXPERIENCE / MARKETING / TREND / VISUAL CULTURE

Potremmo iniziare chiedendoci quando inizia il nuovo decennio, se il primo gennaio dell’anno con lo zero o con l’uno. Visto come è andato il 2020 decidiamo d’arbitrio che stia per iniziare, carico di tutto quello che abbiamo appena imparato, anche non per scelta, e di tutto quello che abbiamo capito, un po’ nostro malgrado, un po’ perché ci siamo fermati a pensare.

Da fermi, anche in azienda, anche in negozio, anche online, si ragiona meglio, soprattutto se si guarda un po’ indietro e un po’ avanti. Per questo, come ultimo articolo dell’anno, invece che nuovi insight abbiamo deciso di condividere cinque domande, a caccia di risposte che speriamo arrivino e si moltiplichino.

1. Il Pop up store come stile di retail?

Quest’anno abbiamo imparato a vivere nell’incertezza, con continue speranze, contrordini e contraddizioni. Ad aprire locali, chiuderli, modificarli, spostare i tavolini per strada, allontanare i clienti dal banco o dalla cassa, fare code fuori invece di aspettare dentro, con le finestre aperte anche d’inverno. Forse vale la pena di ripensare a una modalità particolare di negozio, il pop up store, come stile da diffondere per mantenere la massima flessibilità. Un po’ come i (criticatissimi) padiglioni per i vaccini, che comunque interpretano un’esigenza molto forte: la temporaneità che dalle Stories di Instagram passa agli ambienti fisici. Riusciremo a immaginare un mondo capace di smontarsi e rimontarsi a seconda delle necessità?

2. Moda & Beauty in casa: una contraddizione in termini?

Sotto la mascherina non si usa il rossetto, i tacchi non si vedono in webcam, perché vestirsi di tutto punto senza andare mai da nessuna parte? Il 2020 è stato l’anno dell’homewear (o athleisure) perché il piacere di prendersi cura di sé e del proprio aspetto, magari con qualche concessione alla comodità, non si ferma alle porte di casa. Resta il fatto, però, che anche qui c’è una scelta: un cambiamento da subire o un mondo tutto da inventare?

3. Arriva la pubblicità in massa nei videogiochi?

Il mondo dei videogiochi continua a crescere e ad assorbire il tempo, le energie e le emozioni di una parte sempre più importante della popolazione, non solo dei ragazzi. È uno spazio dove quest’anno abbiamo visto eventi importanti, come concerti con milioni di partecipanti: uno spazio dove la pubblicità è già entrata, in particolare come product placement, come per esempio nel caso di FIFA (Electronic Arts). Siamo pronti a progettare campagne di comunicazione immersive in ambienti tridimensionali e totalmente immaginari? O ci limiteremo a mettere dei banner a bordo campo?

4. Il mondo dell’arredo vedrà una piena digitalizzazione?

Online possiamo comprare praticamente tutto, automobili comprese, ma il mondo dell’arredo di qualità è ancora molto legato al progetto e all’acquisto in negozio, guidati da un architetto. È una rivoluzione in attesa da compiersi, paragonabile a quella di Yoox ormai vent’anni fa, o un’evoluzione impossibile?

5. Il cambiamento è qui per restare?

È la domanda che contiene tutte le altre: abbiamo imparato la lezione? Non quella sui contagi, che pare proprio di no, ma quella della digitalizzazione delle nostre vite, in particolare per quanto riguarda smart working, e-commerce, didattica a distanza (anche per adulti), collaborazione a distanza? Torneremo a lavorare, riunirci, imparare, vendere, comunicare come se niente fosse successo o stiamo già lavorando alla migliore versione di una vita ibrida, che prende il meglio da tutte le situazioni? Non è una domanda rilevante solo per chi si occupa di digital transformation, ma per tutti i mercati: solo chi riuscirà a interpretare questa vita ibrida correttamente riuscirà a trovare un suo posizionamento.

Auguri per il nuovo decennio.

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